La solitudine delle sovrane

Ci sono momenti, durante la ricerca d’archivio, in cui le date, i trattati e i nomi storici sbiadiscono. Resta solo il rumore del respiro di chi è esistito prima di noi. Quando ho iniziato a scavare nella vita di Cristina di Borbone, non cercavo l’ennesima biografia istituzionale. Cercavo il punto di rottura. Volevo capire come…

Ci sono momenti, durante la ricerca d’archivio, in cui le date, i trattati e i nomi storici sbiadiscono. Resta solo il rumore del respiro di chi è esistito prima di noi.

Quando ho iniziato a scavare nella vita di Cristina di Borbone, non cercavo l’ennesima biografia istituzionale. Cercavo il punto di rottura. Volevo capire come si sopravvive quando attorno a te si fa il deserto relazionale assoluto. La storia ci dice che Cristina era figlia di re, moglie di duca, reggente di uno Stato sabaudo sotto assedio. Ma l’autopsia emotiva dei suoi giorni ci mostra una donna a cui il Seicento ha tolto tutto, un pezzo alla volta: il padre assassinato, la madre in esilio, il marito strappato all’improvviso, i figli piccoli morti tra le braccia.

Mentre i suoi cognati le invadevano Torino con le armi spagnole e suo fratello Luigi XIII la stringeva nella morsa della geopolitica francese, Cristina è rimasta sola. Ed è qui che scatta quella lucidità che la storiografia pigra ha spesso scambiato per freddezza o, peggio, per debolezza sentimentale.

Andare a scovare la sua storia, per me, è stato un atto di rispecchiamento. Ho voluto guardare da vicino come un cuore, anche quando è ferito a morte, possa continuare a pensare, a calcolare, a proteggere. Il suo legame profondo con il conte Filippo d’Agliè non è stato il capriccio turbolento di una vedova allegra, come volevano i pettegolezzi dell’epoca. È stata una scelta consapevole di calore, alleanza e protezione in un mondo di lupi.

Scrivere questo libro è stato un modo per restituire a Cristina — e forse anche a me stessa — la dignità di un sentimento che non è mai cedimento, ma una fiera, lucida dottrina di sopravvivenza. Oggi, a quattrocento anni di distanza, quelle tracce private ci parlano ancora. Ci dicono che difendere i propri confini, culturali e umani, è l’unico modo per rimanere interi.


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