Esistono luoghi che non si trovano solo sulle mappe geografiche, ma che occupano uno spazio preciso nella nostra anima. Per me, quel luogo è Balestrino.
Non è solo un borgo che sfida il tempo; è il custode di una casa costruita proprio di fronte al castello dei marchesi del Carretto. Una casa che per oltre un secolo ha trattenuto tra le sue mura i sussurri, le speranze e i segreti di una famiglia che ha attraversato il fuoco di due guerre e ha contribuito a scrivere la storia culturale di quel territorio.

L’uomo che tornò dall’Uruguay
Al centro di questa storia c’è il mio prozio, il primo sindaco della Balestrino repubblicana. Un uomo che ricordo come una figura gentile, quasi mitica, capace di un affetto composto ma profondissimo. La sua è stata un’esistenza circolare: ha cercato fortuna lontano, oltre l’oceano in Uruguay, ma la sua anima è sempre rimasta ancorata a queste colline.
È tornato non solo per condividere la ricchezza materiale, ma per restituire un senso di appartenenza alla sua comunità e, soprattutto, a mio padre.
Un’eredità che non è solo cemento
Nel mio libro La patria al di là del mare, ho reso omaggio alla sua vita, ma è in Nove volte sette che quel legame si fa carne. Quella casa a Balestrino, destinata al “nipote prediletto”, è la prova tangibile di un amore incondizionato. Per mio padre, quel prozio è stato il figlio che non aveva mai avuto, il punto di riferimento saggio e incorruttibile che lo ha guidato.

Oggi, guardando quella casa e quel castello, capisco che ricostruire la propria identità — tema che tanto mi sta a cuore — significa anche riconoscere chi ha saputo amarci e proteggerci prima ancora che noi potessimo comprendere la portata di quel dono.
Il cuore di “Nove volte sette”
In questo nuovo libro, che parla soprattutto della mia vita e del mio personalissimo percorso spirituale, ho voluto riservare un posto davvero particolare a Balestrino e alla nostra casa di famiglia. Ma, soprattutto, ho voluto raccontare mio padre.

Lui è stato il vero protagonista di quella vita bucolica: lo rivedo tra quegli spazi, immerso in una dimensione rurale e autentica che oggi sembra appartenere a un altro tempo. Raccontare Balestrino in Nove volte sette significa, per me, restituire a mio padre la sua scena, ritraendolo in quel paesaggio che lo ha visto uomo, padre e custode di una saggezza antica.
Oggi, guardando quella casa, capisco che ricostruire la mia identità significa anche passare per quei sentieri, tra l’odore della terra e il silenzio del castello, dove la storia di mio padre si intreccia indissolubilmente alla mia.
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