C’è un momento preciso nella vita, in cui le risposte che ci siamo dati per anni non bastano più. Ci guardiamo allo specchio e la domanda non è più “cosa faccio?”, ma un più radicale e nudo: “Chi sono io oggi?”.
Nella quarta di copertina di Nove volte sette, ho voluto racchiudere l’essenza di questa ricerca. Non si tratta solo di raccontare una storia, ma di andare a cercare se stessi dentro quelle “pieghe” familiari dove spesso nascondiamo i nodi irrisolti, i silenzi o le eredità emotive che non ci appartengono più.
Perché farlo?
Perché ricostruire la propria identità di donna e di essere umano richiede un atto di onestà brutale. Significa spogliarsi delle sovrastrutture — quei “dover essere” che la società e la famiglia ci hanno cucito addosso — per ritrovare l’urgenza di un confronto vero.
Quando scrivo di ‘ricostruire l’identità’, non parlo di un processo indolore. Parlo di quel momento in cui decidi che le cicatrici della tua famiglia non devono per forza diventare la tua armatura, ma possono restare semplici segni di passaggio. È qui che l’essere umano prevale sul ruolo: non sei più solo ‘figlia’, ‘madre’ o ‘professionista’. Sei tu, finalmente libera dalle sovrastrutture, pronta a guardare il mondo con i tuoi occhi, non con quelli ereditati
Questo libro nasce per chi sente quella stessa urgenza. È un invito a un’esperienza libera, un viaggio che parte da Genova e dalla sua memoria per arrivare al centro esatto del proprio presente. Non è mai troppo tardi per chiedersi “cosa sono diventata” e, finalmente, scegliere chi voler essere da qui in avanti.

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