Esistono arti che non si limitano a creare oggetti, ma sembrano voler dare una forma solida all’aria stessa. Il vetro di Murano è, in fondo, un paradosso narrativo: nasce dal fuoco devastante per diventare trasparenza assoluta; è fragilità estrema che sfida i secoli.

E’ forse per questo che ne sono sempre stata affascinata, fin da piccola quando giravo nelle calli di Venezia per mano ai miei genitori e ci fermavamo a curiosare nelle botteghe dei vetri. Abbiamo comprato alcune cose molto belle, che conservo con amore e, più recentemente ho comprato di slancio un set di bicchieri con le murrine, un amore immediato. Sono quelli che vedete in questa foto. Belli vero?

Scrivere del vetro di Murano significa parlare di una grammatica della luce. Se le parole sono la materia prima dello scrittore, la “cotta” (la miscela di sabbia e minerali) è quella del Maestro vetraio. Entrambi lavorano su un equilibrio precario: un aggettivo di troppo può appesantire un verso, un secondo di troppo nel forno può far collassare una scultura.
Nel 1291, quando la Serenissima decise di confinare le fornaci sull’isola per proteggere Venezia dagli incendi, trasformò Murano in uno scrigno di segreti. I maestri vetrai erano come poeti ermetici: custodivano ricette scritte in codici privati, e chi provava a “tradurre” quei segreti all’estero rischiava la vita.
Ancora oggi, guardare una murrina è come leggere un romanzo breve: in pochi millimetri di diametro si intrecciano strati di colori e storie, una sintesi perfetta di tecnica e visione. E che dire del Lattimo, quel vetro opaco nato per imitare la porcellana cinese? È la metafora perfetta della letteratura di finzione: una materia che finge di essere altro per incantare chi guarda.
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