Riflessioni intime

C’è un istante preciso in cui l’universo smette di coincidere con il nostro perimetro biologico. Per me, quell’istante ha il suono di un singhiozzo disperato. Avevo due anni, un’età in cui, solitamente, ciò che ci circonda è routinario e rassicurante, e mia madre ne era la divinità indiscussa, l’architetto di ogni mia certezza. Poi, accadde…

C’è un istante preciso in cui l’universo smette di coincidere con il nostro perimetro biologico. Per me, quell’istante ha il suono di un singhiozzo disperato. Avevo due anni, un’età in cui, solitamente, ciò che ci circonda è routinario e rassicurante, e mia madre ne era la divinità indiscussa, l’architetto di ogni mia certezza. Poi, accadde l’impensabile: Dio stava piangendo. Mio nonno era morto, ma io non conoscevo la parola “morte”, né la sua grammatica definitiva. Eppure, sentendo quel pianto, io sapevo. Come può un bambino di due anni decodificare il dolore prima ancora di saper allacciare le scarpe? Oggi, dopo una vita passata a trasmettere nozioni e a scavare nelle parole degli altri come docente e scrittrice, capisco che quella è stata la mia prima, vera lezione di letteratura.

Il pianto di mia madre non era un rumore; era una rivelazione, anche questa volta il codice arrivava da lei, ma era il codice del dolore. In quel momento ho imparato che esiste un’interiorità sommersa che non ha bisogno di aggettivi per manifestarsi. Ho scoperto la vulnerabilità di chi guida e, contemporaneamente, l’urgenza di restare in ascolto. La mia empatia è nata in quel corridoio, mentre zampettavo cercando di raggiungere una porta socchiusa che lasciava filtrare un dolore adulto, magari con il pensiero di portare un po’ di calma e gioia.

Se mi concentro per cercare di rivivere le mie sensazioni di quel momento la sequenza è questa: percezione (sento una voce cara, è la mamma… ma non ride, piange…), acquisizione di una situazione disturbante (se piange vuole dire che sta male…. Vado….), ricerca della comprensione (devo vedere perché piange… corro). Poi tutto si annebbia. Probabilmente, una volta superato l’ostacolo di chi tentava di impedirmi di entrare in quella stanza e raggiunta la mamma, sono riuscita in qualche modo a sistemare le cose. Forse, proprio perché c’ero io ha smesso di piangere, si è asciugata gli occhi, mi ha preso in braccio, mi ha rassicurata. Sipario, la mia giornata, sebbene faticosa, si è conclusa bene.

Riguardando quella bambina di due anni che corre verso una porta socchiusa, riconosco le linee di forza che hanno disegnato la donna, la docente e la scrittrice che sono oggi. Non sono stati gli anni a cambiarmi, ma l’esperienza a fornire nuovi strumenti a quattro istinti che porto in dote da sempre. In quel corridoio non ho solo sentito un suono; ho iniziato a scomporre la realtà. Percezione, acquisizione, comprensione, soluzione. Oggi, davanti a una classe silenziosa o a una pagina bianca, faccio lo stesso. Analizzare una situazione non è per me un semplice esercizio intellettuale, ma un atto di sopravvivenza: significa dare un nome al caos per non lasciarsene sommergere. La nozione che trasmetto ai miei studenti è solo il vestito di un metodo più profondo: insegnare a guardare i fatti per trovarne la struttura invisibile.

Lascia un commento