L’emozione di ieri, nella libreria del Teatro Ivo Chiesa, ha confermato quanto la parola scritta abbia bisogno di comunità. Ritrovarsi davanti a un pubblico così folto di amici e appassionati non è stata solo l’occasione per celebrare il Premio Ipazia, ma un momento di condivisione autentica sulla natura stessa del mio lavoro e sulla necessaria poliedricità della mente di uno scrittore di razza.

Per chi è abituato al passo lungo del romanzo o alla fedeltà documentaria della biografia, la drammaturgia rappresenta una sfida elettrizzante: la rinuncia al controllo totale. Se nel romanzo lo scrittore è Dio — descrive i pensieri, i paesaggi, i silenzi — a teatro deve imparare a scomparire.

Scrivere per il teatro significa consegnare la propria visione alla voce di un attore e allo sguardo di un regista. È un esercizio di sintesi estrema: non si descrive più un’emozione, la si trasforma in un conflitto immediato. Il “tempo della lettura”, intimo e dilatato, diventa il “tempo dell’accadere”, dove ogni parola deve pesare come un sasso o volare come un soffio.

Per un biografo, poi, la drammaturgia è un’occasione unica per restituire umanità a una figura storica, trasformando i dati d’archivio in corpo vivo. Non si racconta più una vita, la si fa vibrare qui e ora, davanti a un pubblico che non sta solo leggendo, ma sta testimoniando. Dedicarsi alla drammaturgia, in fondo, significa questo: accettare che la propria storia non appartenga più solo alla carta, ma alla comunità.

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