La mia città: Superba

A chi giunge a Superba per mare, la città appare come un’immensa gradinata di ardesia e marmo, disposta a semicerchio per assistere a uno spettacolo che non avviene mai. Non è una città che riposa sulla terra, ma una che si aggrappa alla roccia con le unghie delle sue torri, per timore di scivolare nel…

A chi giunge a Superba per mare, la città appare come un’immensa gradinata di ardesia e marmo, disposta a semicerchio per assistere a uno spettacolo che non avviene mai. Non è una città che riposa sulla terra, ma una che si aggrappa alla roccia con le unghie delle sue torri, per timore di scivolare nel bacino sottostante, dove l’acqua ha il colore del piombo fuso.

Due sono le anime di Superba, e non si incontrano mai se non nel respiro dei passanti. La prima è fatta di vicoli così stretti che il cielo ne è escluso: sono fessure nel corpo della montagna dove il tempo ristagna come l’umidità sui muri. Qui gli abitanti si muovono seguendo l’eco dei propri passi, mercanteggiando in una lingua che ha il suono dei ciottoli rotolati dalla risacca. In questo labirinto, ogni porta socchiusa promette un oriente che non esiste più, e ogni aroma di spezie è solo il ricordo di un veliero che non ha fatto ritorno.

La seconda città svetta sopra la prima: è fatta di palazzi di marmo rosa e giardini pensili che sfidano la gravità. È la città dei loggiati, dove i nobili passeggiano guardando l’orizzonte senza mai abbassare gli occhi verso il brulichio dei moli. Ma è un’illusione di stabilità: ogni fregio, ogni statua, ogni colonna è tenuta insieme dal sapore del sale che tutto consuma e tutto trasforma in polvere bianca.

A Superba, il viaggiatore comprende che la città non è un luogo, ma un varco. È un porto che non accoglie, ma che spinge al largo; una fortezza che non protegge, ma che imprigiona il mare tra i suoi moli. Chi la lascia non la dimentica, perché porta con sé la malinconia di chi ha visto la bellezza nascere dal ferro arrugginito e dalla pietra scabra.

Foto D. D’andreti


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