Il Confine di Dio
Nella Bassa, si sa, la terra è piatta perché Dio voleva che gli uomini si guardassero negli occhi senza scuse. Ma se metti tra due uomini un solco e una fila di verze, ecco che la terra diventa improvvisamente un campo di battaglia.
Borasio era un uomo che considerava il suo orto come una cattedrale. Non era solo terra, era una questione d’onore. Ogni pianta di radicchio, scarola, lattuga, era allineata con la precisione di un plotone di fanteria, e guai a chi osava turbare quell’ordine sacro. Borasio aveva la faccia che pareva scolpita in un ceppo di quercia e due mani che, a stringerle, sembrava di mettere le dita in una morsa da fabbro.
Dall’altra parte del fosso c’era il Ghitone. Lui non aveva un orto, aveva delle pecore. Erano creature meste, con lo sguardo fisso di chi aspetta un treno che non arriva mai, ma dotate di una fame che non conosceva né leggi umane né confini di proprietà. Il Ghitone, dal canto suo, somigliava alle sue bestie: camminava sempre con la testa bassa e un bastone nodoso che pareva un’estensione del suo braccio.
Il dramma si consumava ogni mattina all’alba, nell’orto del Borasio.
Borasio usciva sull’uscio, si aggiustava le bretelle sopra la maglia di lana e fissava il confine. E regolarmente, là, dove il giorno prima troneggiava una verza da esposizione, ora c’era un cratere di terra smossa e un mozzicone di gambo che pareva un insulto.
Il Ghitone era lì, appoggiato al suo bastone, a pochi metri di distanza. «Ghitone,» ringhiò Borasio, con una voce che sembrava un tuono che rotola tra le colline. «Quella verza non s’è mica suicidata.»
Il Ghitone non alzò nemmeno lo sguardo. Si limitò a sputare una pagliuzza di fieno.
«Borasio, la natura è libera. La pecora vede il verde e va. È l’istinto, povera bestia. Non ha mica la tessera del partito, lei.»
«L’istinto,» ribollì Borasio, facendo un passo avanti e stringendo i pugni. «L’istinto dice che se una delle tue bestie mette ancora un unghiello nel mio raggio d’azione, stasera a cena mangio stufato di pecora. Ed è un istinto molto forte, te lo garantisco.»
Il Ghitone sollevò finalmente lo sguardo, un occhietto vispo nascosto tra le rughe che parevano i solchi di un campo arato male. Sorrise, e fu come se una crepa si aprisse in un muro vecchio.
«Lo stufato è un peccato mortale, Borasio. E poi la pecora è un animale biblico. Se la tocchi, te la vedi col Padreterno, che è il pastore di noi tutti.»
«Il Padreterno ha creato anche i confini!» sbraitò Borasio, indicando con l’indice nodoso la linea invisibile che separava la terra scompigliata delle pecore dal paradiso dei radicchi. «E ha detto: “Non desiderare la roba d’altri”. E le tue pecore desiderano troppo. Soprattutto le mie verdure.»
Il Ghitone fece un fischio breve e secco. Una pecora più grassa delle altre, con un ciuffo di lana sugli occhi che le dava un’aria di superiore distacco, si staccò dal gruppo. Si chiamava Giuditta, ma per Borasio era “la Bestia dell’Apocalisse”. Giuditta si fermò esattamente sul bordo del fosso, guardò Borasio, guardò la verza rimasta e fece un belato che sembrava una critica letteraria.
Borasio non ci vide più. Rientrò in casa e ne uscì con un cartello inchiodato a un palo di frassino. Sopra, a grandi lettere nere, c’era scritto: “ZONA MILITARIZZATA. CHI PASSA È MORTO”. Ma la pecora non sembrò impressionata.
«Cos’è, Borasio? Hai dichiarato guerra alla Svizzera?» chiese il Ghitone, facendosi ombra con la mano.
«È un avviso ai naviganti. Se quella maledetta Giuditta mette un solo zoccolo di qua, io arresto l’animale. Lo metto in prigione nel pollaio e non lo rivedi finché non mi ripaghi i danni col tasso d’interesse dei russi.»
Il Ghitone sospirò, scuotendo la testa con la pazienza che si riserva ai matti e ai bambini.
«Tu sei un uomo d’ordine, Borasio. Ma il mondo non è un quaderno a quadretti. Domani ci sono le elezioni in paese, e tu pensi alle verze. Dovresti avere pensieri più alti.»
«Le mie verze sono pensieri alti!» urlò Borasio mentre il Ghitone si allontanava con la sua nuvola di lana al seguito. «Sono alte trenta centimetri e sono il frutto del sudore, non di chiacchiere!»
Quella sera, Borasio andò in chiesa: doveva sbollire la rabbia, e sua sorella gli disse che l’unico che avrebbe potuto sopportarlo era Cristo in croce. E, infatti, il Cristo dell’altare, nel silenzio della chiesa semibuia, lo guardava con la solita espressione di chi la sa lunga.
«Signore,» sussurrò Borasio, togliendosi il cappello. «Avete visto quel che succede? Il Ghitone fa il furbo. Le sue pecore mangiano il mio lavoro e lui mi cita la Bibbia. È giusto?»
«Borasio,» sembrò rispondere una voce che veniva non dalle orecchie, ma da qualche parte vicino allo stomaco. «Il Ghitone è un poveraccio e le sue pecore hanno fame. La terra è di chi la lavora, certo, ma l’erba è di chi la mangia.»
«Ma Signore! È proprietà privata! Se ognuno facesse così, dove finirebbe la civiltà?»
«Finirebbe in una scodella di zuppa, Borasio. Portami un po’ di quella pazienza che metti nel veder crescere i pomodori.»
Borasio uscì dalla chiesa scuotendo la testa. Il Signore, a volte, sembrava pendere pericolosamente verso le teorie sovversive del Ghitone. Ma tornando verso casa, nel buio della nebbia che saliva dal Po, sentì un rumore familiare. Cronch. Cronch.
Era un rumore di denti che trituravano foglie croccanti. Il cuore gli salì in gola. Corse verso l’orto con la torcia elettrica e quello che vide gli fece quasi cadere la dentiera.
Borasio puntò il fascio della torcia, pronto a sferrare un urlo che avrebbe svegliato anche i morti del cimitero vecchio. Ma il grido gli morì in gola, trasformandosi in un rantolo confuso.
Lì, in mezzo al filare delle sue preziose verze “di ferro”, non c’era la solita Giuditta. C’era il Ghitone in persona.
Il pastore era accovacciato nel fango, con una lanterna cieca al fianco. Non stava rubando e non stava pascolando bestie. Stava lavorando di gran lena con una vanga, scavando una piccola trincea proprio lungo il confine del fosso. Accanto a lui, un sacco di juta aperto rivelava una montagna di stallatico maturo, di quello buono, che profumava di stalla e di promesse di raccolti miracolosi.
«Ghitone!» sibilò Borasio, tra lo sbigottito e il furibondo. «Che diamine fai nel mio campo a quest’ora? Ti sei messo a fare il minatore?»
Il Ghitone sobbalzò, si pulì le mani sporche di terra sui pantaloni e lo guardò con l’aria di chi è stato colto a fare un’elemosina di nascosto.
«Borasio, non urlare che svegli le bestie. Stavo solo mettendo un po’ di “confine” pesante. Ho pensato che se la terra qui è più grassa, le mie pecore mangeranno l’erba del fosso e non guarderanno più le tue verze. La pecora è un animale ignorante, Borasio: se ha il dolce sotto il naso, non cerca il salato più in là.»
Borasio guardò la trincea, poi guardò il sacco di concime pregiato che il Ghitone gli stava regalando sotto forma di barriera, e infine guardò l’uomo. Capì che il pastore, per farsi perdonare i peccati della sua mandria, stava consumando la sua unica ricchezza.
«È roba di prima qualità, questa,» mormorò Borasio, chinandosi a tastare il terriccio. «Costa un occhio, al mercato di zona.»
«Costa meno di una guerra, Borasio,» rispose il Ghitone, riprendendo la vanga. «E poi, se le tue verze diventano grosse come damigiane, magari una me la regalerai per Natale. Così, per l’istinto.»
Borasio rimase in silenzio per un lungo minuto. La nebbia avvolgeva tutto, rendendo i due uomini come ombre in un presepio fuori stagione. Poi, con un gesto brusco, il contadino strappò il cartello “ZONA MILITARIZZATA” e lo spezzò in due sopra il ginocchio.
«Vai a casa, Ghitone, che sei vecchio e l’umidità ti entra nelle ossa. La vanga dalla a me, che tu fai dei buchi che sembrano fatti dalle galline. Finisco io il lavoro.»
«Ma è il mio stallatico…» protestò debolmente il pastore.
«E la terra è la mia!» tagliò corto Borasio. «E domattina, porta qua quella disgraziata di Giuditta. Ho avanzato delle foglie esterne che sono un po’ dure per me, ma per quella bocca di lupo andranno benissimo.»
Il Ghitone si allontanò nel buio, fischiettando un motivo che pareva un inno liturgico o una canzone di osteria, a seconda di come lo si ascoltava. Borasio restò solo, a vangare la terra umida sotto lo sguardo del cielo della Bassa.
Dall’altare della chiesa lontana, il Cristo sorrise. Non c’era bisogno di aggiungere altro: quando l’orgoglio degli uomini si piega per far posto a un po’ di letame ben distribuito, vuol dire che il mondo, dopotutto, non è ancora finito del tutto.
Lascia un commento