C’è un filo invisibile, robusto come quelli tessuti dalla mia famiglia materna nella Napoli di inizio Novecento e delicato come la brezza che scivola tra i caruggi della mia Liguria, che oggi sembra essersi annodato sul palco dell’Ariston. La vittoria di Sal Da Vinci al 76° Festival di Sanremo non è solo un traguardo artistico; per me è il riverbero di un’armonia genetica. Se da mio padre ho ereditato quella compostezza ligure che invita al silenzio e alla riservatezza, da mia madre porto in dote un cuore vulcanico, che oggi esplode di gioia per un trionfo che parla la lingua della mia anima: quella di una Napoli passionale che conquista, con eleganza e tenacia, la città dei fiori.

E così, pensando alla vittoria di “Per sempre sì”, non ho potuto fare a meno di pensare ai racconti di mia madre su quella Napoli intraprendente e colta, dove i miei avi selezionavano con cura le stoffe più pregiate. Immagino i loro magazzini tra la fine dell’Ottocento e il secondo dopoguerra: luoghi dove la qualità del tessuto non era solo commercio, ma una forma d’arte e di resistenza. C’è la stessa ‘stoffa’ in questa vittoria: Sal Da Vinci ha portato all’Ariston una trama melodica solida, forse un pò scontata, (come molti ritengono siano tutti i buoni sentimenti, le aspettative romantiche, e le chiamano “buonismo” o peggio “banalità”), ma tessuta con la sapienza di chi viene da una lunga tradizione, proprio come quei tessuti che hanno segnato l’epoca d’oro della mia famiglia.
Il brano vincitore, “Per sempre sì”, ha saputo convincere non solo il pubblico, ma anche la giuria delle radio e la sala stampa, superando in una finale mozzafiato l’energia urbana di Sayf e l’ironia tagliente di Ditonellapiaga. È stato un momento di rara coesione nazionale: vedere la compostezza della platea sanremese sciogliersi davanti alla dedica di Sal verso la sua Napoli è stata, per me, la chiusura di un cerchio perfetto tra il ‘mugugno’ ligure e il battito partenopeo.
In fondo, questa vittoria mi tocca così da vicino perché parla la stessa lingua dei miei racconti. Nelle mie storie, i protagonisti si muovono spesso tra le ombre di difficoltà che sembrano insormontabili, portando addosso il peso di sconfitte o di una vita che non fa sconti. Eppure, proprio come la parabola artistica di Sal Da Vinci, i miei personaggi conservano quel nucleo di ‘resistenza emotiva’ che li spinge a non arrendersi.
Nei miei libri cerco di tessere trame dove, nonostante le cadute, è la pulizia dei sentimenti a tagliare il traguardo. Non è un ottimismo ingenuo, ma una scelta consapevole: la stessa che ha portato il pubblico a premiare una canzone che celebra il coraggio di dire ancora, con fierezza, un ‘per sempre’. Vedere Sal sul gradino più alto del podio, dopo anni di dedizione, mi conferma che la narrazione dei buoni sentimenti non è mai fuori moda: è, semplicemente, la stoffa più preziosa che possiamo decidere di indossare.
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