Seguo qualcosa del Festival di Sanremo, non tutto perché amo andare a dormire presto. Ma ci sono state alcune canzoni che mi hanno colpito e, come scrittrice e aspirante interprete dei sentimenti umani e soprattutto di quelli femminili, ho l’impressione che si possa cogliere forte e chiaro un messaggio. Le donne (o almeno la maggior parte) sono stanche di essere viste con gli occhiali delle power women e vogliono tornare a sognare, a innamorarsi con il batticuore, a farsi cullare tra le braccia della mamma.
Le storie raccontate da Arisa, da Serena Brancale, da Ditonellapiaga, sono storie di donne che colgono un nervo scoperto della contemporaneità: quella “stanchezza dell’eccellenza” che sta spingendo molte donne a rivendicare il diritto alla fragilità, alla regressione ludica e al candore.
Le artiste che ho citato, pur nelle loro differenze, sembrano aver portato a Sanremo (e nella musica attuale) proprio questo manifesto del “nuovo sentimentalismo”. Sono storie di donne che rivendicano la nostalgia del nido, rifiutano gli stereotipi del “bella e efficiente a tutti i costi”, riportano tutto a una dimensione ancestrale e viscerale. È un ritorno a una femminilità che non cerca conferme nel successo sociale, ma nel calore del racconto e nella verità dei sentimenti più semplici.
Dopo anni passati a dimostrare di poter fare tutto, le donne stanno alzando la mano per dire: “Posso anche non volere nulla, se non essere amata con semplicità”. Non è un tornare indietro nel tempo in senso patriarcale, ma un tornare a casa in senso psicologico
In fondo, forse la vera emancipazione oggi non è più scalare una montagna, ma avere il coraggio di dire che si ha voglia di essere cullate.
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