A come Ascolto – Il ruolo dell’orecchio nella letteratura

Ne Le città invisibili, Italo Calvino fa dire a Marco Polo questa celebre frase: “A guidare il racconto non è la voce, ma l’orecchio”. Con queste parole, Calvino sottolinea il ruolo attivo dell’ascoltatore (o del lettore) nel dare significato a una storia, poiché chi ascolta trattiene solo le parole che sta già aspettando oppure, diversamente,…

Ne Le città invisibili, Italo Calvino fa dire a Marco Polo questa celebre frase: “A guidare il racconto non è la voce, ma l’orecchio”. Con queste parole, Calvino sottolinea il ruolo attivo dell’ascoltatore (o del lettore) nel dare significato a una storia, poiché chi ascolta trattiene solo le parole che sta già aspettando oppure, diversamente, scopre parole nuove o con un significato diverso, che arricchiscano la sua valigia di significati o di sogni.

Ma l’ascolto è importante anche per chi scrive. E’ importante in tanti sensi diversi e proverò a elencarne qualcuno.

In un primo senso, l’ascolto ha la valenza di un “furto creativo”. Per scrivere dialoghi realistici e personaggi tridimensionali, lo scrittore deve prestare grande attenzione a come le persone parlano davvero: i loro ritmi, tic verbali e pause sono ciò che rende un dialogo autentico e non “scritto” a tavolino. Inoltre, ascoltare permette di assorbire informazioni non verbali ed emotive che arricchiscono il sottotesto di un racconto.

Da un altro punto di vista, la buona letteratura nasce dalla capacità di mettersi in ascolto dell’altro e del diverso. Scrivere è una forma di relazione; il testo stesso diventa un dialogo con chi ha scritto prima di noi e con chi leggerà dopo. 

Da un altro punto di vista ancora, l’ascolto attivo getta le basi per comprendere e scrivere emozioni credibili, permettendo all’autore di scivolare nella pelle dei suoi personaggi con maggiore sicurezza.

E poi, ascoltare il proprio testo (leggendolo ad alta voce o facendoselo leggere) è uno strumento fondamentale di revisione per individuarne il ritmo e le asperità.

Infine, e questo è a mio avviso l’aspetto più importante, scrivere significa soprattutto ascoltare se stessi,  perché trasforma il flusso caotico dei pensieri in una forma visibile e ordinata, permettendoci di agire come spettatori della nostra stessa interiorità. Spesso non sappiamo cosa proviamo finché non lo scriviamo. Tecniche come la scrittura introspettiva o la scrittura autobiografica permettono di eludere la censura della mente logica, facendo emergere emozioni autentiche — come rabbia, nostalgia o desideri nascosti — che solitamente teniamo a bada per apparire “normali”. Scrivere diventa quindi un modo per ascoltare “verità” interiori che altrimenti rimarrebbero mute. Terapeutico, no?

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