
C’è una donna che la storia ufficiale ha spesso relegato nell’ombra, definendola semplicemente come la “musa” o l’amante di Giuseppe Mazzini. Ma dopo aver passato anni immersa nei documenti per scrivere il mio libro su di lei, posso dirvi che Giuditta Bellerio Sidoli è stata molto di più: è stata l’architetto silenzioso di un ideale.
Mentre scrivevo, ciò che più mi ha colpito non è stata la sua passione politica, ma il suo sacrificio privato. Per restare fedele all’idea di un’Italia libera, Giuditta dovette subire la punizione più crudele del governo estense: la separazione dai suoi figli. Eppure, nonostante il dolore lacerante, non arretrò di un passo.
In un’epoca in cui le donne erano relegate ai salotti, lei partecipava alla fondazione della Giovine Italia, gestiva i codici segreti della rivoluzione e sfidava le polizie di mezza Europa.
Il legame con Mazzini, nato nell’esilio di Marsiglia, fu un incrocio di anime raro. Mazzini scriveva: “Sorridimi sempre! È il solo sorriso che mi venga dalla vita”. Ma attenzione a non fare l’errore di considerarla una figura passiva. Giuditta era l’ancora di Giuseppe, l’unica capace di criticarlo e di riportarlo alla realtà quando il suo idealismo diventava troppo astratto.
Perché parlarne oggi? Perchè parlarne in occasione della festa di S. Valentino?
Parlare di Giuditta Sidoli oggi significa riscoprire una libertà femminile che non chiedeva permesso. Significa guardare al Risorgimento non come a un elenco di date e battaglie, ma come a un groviglio di passioni, rinunce e coraggio civile.
Scrivere di lei mi ha insegnato che la Storia con la “S” maiuscola è fatta di battiti del cuore ed emozioni sincere che nessuno ha mai ascoltato abbastanza. Ed è proprio quel battito che ho cercato di restituire tra le pagine del mio libro.
Lascia un commento